Leo Brouwer e la cultura come habitat: una riflessione personale

di Adriana Tessier

Prefazione

La musica di Leo Brouwer ha accompagnato la mia formazione fin dall’adolescenza, diventando nel tempo una lente attraverso cui guardare la cultura, la didattica e la relazione con gli altri. La sua idea della cultura come habitat — un ambiente in cui nuotare, non un ornamento da aggiungere — ha influenzato profondamente il mio modo di insegnare e di vivere la musica. Questa visione, che unisce rigore, stupore e presenza, è il filo che attraversa il mio percorso artistico e umano. L’articolo che segue ripercorre le radici di questo legame, gli incontri che lo hanno alimentato e ciò che continua a generare nel mio lavoro quotidiano.

Ci sono percorsi artistici che nascono da incontri capaci di aprire una direzione nuova e di continuare a generare senso nel corso degli anni. Il mio legame con la musica e il pensiero di Leo Brouwer appartiene a questa categoria: supera la dimensione del riferimento musicale per diventare una visione profonda della cultura, della formazione e della relazione con gli altri.

L’illustrazione che segue, En los paisajes, è un’opera che ho realizzato nel 2020 e a lui dedicata: una sintesi visiva di questo rapporto, una mappa simbolica che anticipa il racconto e ne raccoglie i segni essenziali. Dalla pioggia di un “paisaje” alle due tazzine di caffè, ogni dettaglio rimanda a un frammento del mondo creativo di Brouwer. Chi conosce la sua opera potrà individuare molti di questi elementi, disseminati come tracce di un paesaggio interiore.

Adriana Tessier - En los Paisajes - 2020

La folgorazione e il “Mago Merlino”

Gli incontri artistici ed umani importanti vanno ben oltre un fitto quaderno di appunti: sono eventi in grado di attivare, dentro di noi, veri e propri interruttori.

Il mio legame con la musica di Leo Brouwer è iniziato molto presto, all’inizio del mio secondo anno di chitarra. Avevo circa quattordici anni quando il mio maestro mise sul leggio gli Estudios Sencillos, dicendomi: «Questi sono di un autore vivente». Dopo mesi trascorsi su Carulli e Sagreras, quella musica fu una totale folgorazione. La suonavo con entusiasmo, immaginando il suo autore come un uomo anziano, con una barba bianca e lunga simile a quella di Mago Merlino.

Questa suggestione mi accompagnò per molto tempo, finché nel 1988, da adulta, non lo incontrai di persona a Scandicci, in occasione di una masterclass. Appena arrivata notai tre uomini in piedi che parlavano; uno di loro mi rivolse uno sguardo attento e, poco dopo, entrò in aula. Era un cinquantenne dinamico e pieno di vita. Quando prese posto di fronte agli studenti, scoprii con sorpresa e incredulità che si trattava proprio di Leo Brouwer: una figura diametralmente opposta all’anziano che avevo immaginato da ragazzina.

Bastò meno di un’ora di lezione per azzerare ogni distanza: il suo carisma, la sua umanità e la sua forza comunicativa erano travolgenti. In quel seminario condivise musica, letteratura, scienza, storia, architettura, pittura, matematica, aneddoti, progetti e, soprattutto, se stesso. Conosceva l’arte italiana – compresa quella considerata “minore” – più degli italiani stessi, e possedeva la rara capacità di mettere ogni disciplina in relazione con le altre. Disse anche di trovarsi in un momento della vita in cui avvertiva la necessità di riflettere su ciò che avrebbe voluto trasmettere alle generazioni successive.

Vissi i pochi giorni di quell’esperienza in totale immersione. Una volta tornata a casa, iniziai a raccogliere tutto il materiale possibile su di lui: un’impresa notevole nell’era pre-internet. Stampai una sua foto trovata su una rivista specializzata e la attaccai al frigorifero: un promemoria visivo della direzione verso cui volevo guardare. Fu l’inizio di una ricerca che nel tempo si è estesa ben oltre la musica, diventando parte integrante del mio approccio alla vita e del mio bagaglio artistico e umano.

Il filo rosso dei libri e della condivisione

Dieci anni dopo, nel 1998, due amiche in viaggio a Cuba trovarono su una bancarella dell’Avana un libricino di Leo Brouwer intitolato La música, lo cubano y la innovación (Editorial Letras Cubanas, 1989), stampato, proprio l’anno successivo a quella masterclass, sulla tipica carta grezza dell’isola. Me lo regalarono, consapevoli del valore che avrebbe avuto per me. E infatti, pur senza padroneggiare lo spagnolo, lo tradussi parola per parola, spinta dal solo desiderio di comprendere e custodire quel pensiero.

Passò molto tempo prima che mi convincessi che quel lavoro meritasse di essere condiviso. Attraverso vie allora impervie contattai l’Ambasciata Cubana, da cui ottenni un indirizzo e‑mail. Scrissi e mi rispose Isabelle Hernández, spiegandomi che quel libricino era ormai fuori catalogo, ma che ne esisteva una versione più recente, ricca e completa: Gajes del Oficio (Editorial Letras Cubanas, 2004). Mi propose di lavorare su quel nuovo testo, aggiungendo due ulteriori articoli. È nata così l’edizione italiana da me tradotta con immenso entusiasmo (Gajes del Oficio, Incerti del mestiere, Travel Factory 2006).

Alla domanda che Brouwer si poneva nel 1988 – «Cosa lascerò ai miei successori?» – ebbi l’opportunità di rispondere a lui direttamente, nel 2007, durante la presentazione della mia traduzione che tenemmo insieme presso l’Ambasciata Cubana a Roma: la sua eredità, oltre a risuonare nelle sale da concerto di tutto il mondo attraverso un linguaggio personalissimo, si esprimeva proprio in quel passaggio continuo che unisce i maestri agli allievi.

Ne avevo visto un esempio concreto poco prima, nel lavoro dei miei studenti più giovani che, per il concorso a lui dedicato l’anno precedente a Latina (Suoni Nuovi Interpreti, 2006), avevano preparato con cura estrema gli Estudios Sencillos. L’interruttore che lui aveva acceso in me ne stava attivando altri, dimostrando come le sue idee e la sua musica continuassero ad attraversare le generazioni. Riconoscere i propri Maestri significa riaccendere la luce di quei fari che hanno illuminato per noi la complessità della pagina scritta e del palcoscenico, alimentando al tempo stesso la nostra. Significa ricordare agli studenti che, prima di ogni virtuosismo e rigore tecnico, è fondamentale muoversi con curiosità, conservando intatto lo stupore del bambino che scopre la meraviglia del vivere attraverso il suono. Questo è il senso profondo di Paisaje cubano con fiesta (Edizioni EEE, 2007), il brano che Leo Brouwer ha voluto dedicarmi e che resta, a oggi, uno dei doni più preziosi che abbia ricevuto nella vita.

La cultura come habitat

Negli anni successivi, il legame con Latina, la mia città, si è fatto ancora più profondo. L’ideazione e la realizzazione del progetto Leo Brouwer, oltre i Paisajes (marzo 2008) – che ha compreso un concerto in suo onore, tre giorni di masterclass e l’ultima edizione del concorso Suoni Nuovi Interpreti – hanno segnato l’inizio di un percorso proseguito con altre tre edizioni di masterclass che ho curato e organizzato a Latina nel 2010, 2012 e 2014.

Fu in una di queste occasioni che Brouwer espresse un concetto che mi torna in mente sempre più spesso:

«La cultura non è qualcosa da inserire nella nostra vita, ma il contesto in cui dovremmo nuotare».

Mentre lo diceva, mimava il gesto delle bracciate di un nuotatore, con la concretezza di chi descrive un’azione fisica, naturale e quotidiana.

Questo semplice gesto è un’immagine suggestiva, ma rappresenta soprattutto un modo di intendere la formazione. Ogni studente arriva con il proprio “mare” – fatto di ascolti, contesti, abitudini e paure – e il compito del Maestro è favorire l’integrazione, creando le condizioni affinché quel bagaglio possa incontrare linguaggi nuovi in totale naturalezza. Oggi, nella mia maturità, sento il bisogno di estendere questa intuizione ben oltre la didattica, rintracciandola in ogni ambito sociale e relazionale. Nuotare significa stare in ascolto continuo dell’altro e muoversi insieme nello stesso elemento, integrando il sapere in modo organico anziché applicare nozioni come adesivi su una valigia.

Un atto di relazione

Per chi insegna, questo approccio si traduce nell’accogliere la musica come un habitat condiviso. Quando un giovane chitarrista assimila un ritmo o una struttura complessa, impara a nuotare in un’acqua diversa, esercita la propria capacità di relazione e scopre che la fatica della tecnica e la gioia dell’espressione autentica ci rendono tutti ugualmente musicisti. Questo cambio di prospettiva è una chiave preziosa per ripensare il nostro modo di insegnare, studiare e fare musica.

Se la cultura è il mare in cui siamo immersi, l’incontro con un brano lontano nel tempo, con un linguaggio contemporaneo o con una tradizione diversa diventa l’esperienza di muoversi in una corrente nuova. Vivere nella cultura significa abitare il mondo con presenza, superando la semplice collezione di titoli o riconoscimenti. È qui che la musica si fa vera educazione: perché insegna a stare al mondo con pienezza.

La cultura come habitat è un ambiente che ci sostiene mentre ci muoviamo, ci permette di attraversare la complessità in modo flessibile e ci ricorda che ogni gesto sonoro è un atto di relazione. Ed è anche comunicazione: la capacità di trovare la forma giusta per essere compresi, come Brouwer fa ancora oggi, con straordinaria lucidità. La sua estetica si concentra proprio su questo: una scrittura che attinge direttamente a radici specifiche – come quelle africane o yoruba – per trasfigurarle in un linguaggio musicale universale.

Con Brouwer si parla di vita vera, ed è per questo che è facile sentirlo ricorrere all’esempio del caffè: il modo in cui ciascuno di noi lo prepara e gusta è, di per sé, cultura. Un rito minimo, quotidiano, che cambia significato e gestualità in ogni angolo del pianeta. Accogliere questa visione restituisce alla cultura la sua dimensione autentica: l’ambiente quotidiano in cui siamo costantemente immersi, un vero e proprio fatto vitale.

Tra i contributi più profondi di Leo Brouwer c’è l’aver dimostrato che la cultura e l’arte sono, a tutti gli effetti, un luogo dell’anima. Educare alla musica significa educare alla vita, affinché ciascuno possa continuare a nuotare con lucidità, curiosità e rispetto, conservando quella meraviglia che rende ogni bracciata un gesto umano prima ancora che artistico. Oggi abbiamo un bisogno assoluto di questa lente per guardare il mondo.