MANUEL ESPINÁS
Quando la musica rivela bellezza
di Adriana Tessier - agosto 2009

La tua formazione chitarristica inizia all'Avana, tua città natale, con Clara Nicola Romero e Roberto Kessell e si completa, da un punto di vista accademico, con Jesús Ortega.  Quanti anni avevi, quando hai iniziato? Vivevi in un contesto musicale?
Avevo 12 anni e le mie due sorelle maggiori erano musiciste: una pianista e l'altra direttrice di coro, quindi sono cresciuto ascoltando musica classica. Ma, più che questa, all'inizio mi interessava la pittura. Feci l'esame per entrare in un'accademia molto importante, ma non mi presero. Allora decisi di studiare musica.
 
Perché la chitarra?
Non lo so… Forse perché è lo strumento più popolare, quello più amato, uno dei più pratici… Forse anche per non condividere lo studio con le mie sorelle? Ma comunque il piano e la chitarra sono di solito gli strumenti scelti più frequentemente.
 
Come vivevi le tue lezioni di musica, da ragazzo?
Il primo anno è stato molto difficile perché la musica mi piaceva, ma non era mia intenzione suonare quella classica. Quindi riflettevo… Poi ebbi un incidente a un polso e questo segnò la linea di confine tra due fasi: il prima e il dopo l’incidente. Ricordo che andai a scuola di musica “esibendo” il mio braccio ingessato, ero contento perchè così avrei saltato le lezioni! Invece la mia insegnante, Clara Nicola Romero, che ora dovrebbe avere più di 90 anni, mi disse che avremmo fatto lezione lo stesso. Pensando che fosse pazza le chiesi: “Come? Ho il braccio ingessato, non è possibile!”.
E invece mi fece suonare con lei: si mise alle mie spalle e mentre io prendevo le posizioni con la mano sinistra, lei suonava le corde con la destra. Tutta la settimana così, non saltai neanche una lezione. Fu un’esperienza importante, mi fece riflettere sulla bellezza dell’amare una professione, perché questa maestra amava molto il suo lavoro.
 
Durante il secondo anno ebbi un cambiamento radicale, cominciai a vedere la musica classica diversamente, a innamorarmene e a usufruire di tutte le possibilità che in quel momento Cuba offriva alla chitarra classica.
C’erano molte attività e moltissimi festival, tra cui quello dell’Avana con Leo Brouwer. Parliamo dell’82, più o meno, e per i ragazzi come me - all’epoca avevo 13 anni - era un momento molto propizio per crescere come chitarrista.
Così giovane, già avevo la possibilità di entrare in contatto con persone di grande valore e questo segnò una tappa molto positiva della mia formazione. Soltanto grazie al Festival internazionale dell’Avana, a Cuba entrarono molta informazione e molti chitarristi come per esempio Costa Cotsiolis, Ichiro Suzuki o Michael Lorimer, quest’ultimo specialista in musica barocca. Era un grande privilegio. Però soltanto con i Festival.
Per quanto riguardava il resto, come dischi o spartiti, l’informazione era molto scarsa. Ricordo quando all’Avana arrivò la prima cassetta di Manuel Barrueco. Ascoltando la sua interpretazione della Gran Sonata Eroica di Mauro Giuliani, il mio maestro di allora, Roberto Kessell, mi disse: “Ecco come si suona”.
Mi fece un’impressione fortissima. L’ambiente era molto propizio per studiare musica, c’era fervore, c’era passione. Tutti i dischi, tutti gli spartiti si divoravano.
 
Grandi occasioni e opportunità, contesti musicali, fermento… Tutto ciò era alla portata di chiunque?
Tutti i concerti erano gratuiti. Oggi, invece, in generale, se i concerti sono gratuiti non gli si dà valore. Per esempio, in Messico, dove attualmente vivo, anche i concerti di grandi figure, come appunto Manuel Barrueco, costano poco, ma gli studenti non li apprezzano. Se hanno qualche soldo preferiscono andare a una festa. Oggi non c’è passione, in tutto il mondo. La facilità di avere le cose fa sì che non gli si dia valore.
 
 
 

Solare bravura e rara genuinità caratterizzano l'arte e lo stile di Manuel Espinás, chitarrista cubano attualmente residente in Messico che oscilla tra classico e moderno, colto e popolare, nuovo e tradizionale privilegiando i contenuti rispetto alla spettacolarità e accompagnando l' ascoltatore in percorsi ricchi di spunti non solo scelti con intelligenza ma espressi con lineare semplicità e cantabilità.

Manuel Espinas

Chiarezza di intenti, buon gusto, spiccata consapevolezza del "mestiere"di musicista e nessun cedimento all'ovvietà o alla tentazione di presentare brani di facile impatto ma di scarsa qualità artistica: ricetta semplice ma sempre attuale per rivelare la bellezza, anche quella nascosta, della musica.

Cosa si può fare per cambiare questa realtà?
Oggigiorno la chitarra è, fortunatamente, lo strumento più ascoltato e più pubblicizzato nel mondo, più del piano, più del violino. É inserita in una grande quantità di Festival e di concorsi, di eventi, masterclass, simposi ecc. Questo è un bene, ne favorisce la conoscenza del repertorio anche classico e non solo quello per accompagnare le canzoni o fare festa.In Messico oggi c’è un movimento favoloso, tutto l’anno si fanno una quindicina di Festival. A volte nello stesso mese ne coincidono due o tre! I giovani non gli attribuiscono ancora valore, ma poco a poco si vanno a identificare con questa cultura della promozione della musica. Questo è molto buono, è favoloso. Bisogna approfittare di più eventi per promuovere la musica classica. Dobbiamo farlo noi perché la radio e la televisione non lo fanno se non marginalmente, all’interno di piccoli programmi… In Messico c’è una buona radio di musica classica, ma non ha la potenza delle radio che trasmettono musica pop o rock.
 
A Cuba e in Messico, qual è l’atteggiamento dei genitori rispetto alla scelta di un figlio di diventare musicista e com’è vista in generale questa professione?
Essere musicista a Cuba è lo stesso che svolgere una qualsiasi altra professione, dal medico all’avvocato… Non amo parlare di politica, però farlo un po’ è inevitabile. Con il trionfo della Rivoluzione, a Cuba si ebbe un cambiamento radicale nell’educazione del popolo. Questo avvenne a partire dal ‘59, ma derivava da un contesto precedente. José Martí, il grande scrittore cubano, portava già avanti il suo grande ideale di cultura: “Ser culto para ser libre”, affermava. Riprendendo questo ideale, Fidel Castro pensò a dei cambiamenti a favore dell’educazione. É nota la grande alfabetizzazione che egli attuò a Cuba mandando maestri molto giovani, di 20, 21 anni, nella sierra, tra i monti, a educare i contadini. C’è stato un momento in cui a Cuba non esisteva neanche un analfabeta e tutto questo era gratis.Ho un aneddoto scherzoso, ma molto illustrativo: vivevo in un grande palazzo di dodici piani, abitato da moltissime persone e tra queste c’era soltanto un’analfabeta, una donna.  Era un avvenimento, qualcosa che sembrava impossibile! Questi sono i precedenti storici per cui a Cuba la cultura è vista come una qualsiasi altra professione. Io non ho mai avuto discriminazioni, mai. Il musicista è come l’elettricista, il medico, l’ingegnere. Così ci si preparava e si studiava con tutta serenità.Non so negli altri paesi, però in Messico, per esempio, c'è molta insicurezza tra i giovani. Alcuni hanno grande talento, grandi capacità ma tanta insicurezza e timore. A volte i genitori incoraggiano a studiare solo fino a un livello preparatorio, il discorso cambia quando si sta per passare a un livello professionale. Non ho ancora avuto l'opportunità di vivere personalmente questa situazione in Messico però è triste che non si dia valore alla professione di musicista...
 
La tua carriera è fatta di esperienze in campi diversi tra cui quello del concertismo e della composizione...
A Cuba ho studiato sia chitarra che composizione, ma quest'ultima solo per quattro anni. É una carriera molto lunga e difficile. Il mio maestro di composizione, Tulio Peramo, mi invitò a scegliere tra le due strade, perché sono entrambe complicate. Mi disse: " Hai tutta una vita per comporre, puoi farlo finché il tuo cervello funziona... Con la chitarra no, la vita di questo tipo di carriera è limitata perché non sai mai cosa può succedere alle mani. Sei in un buon momento della tua carriera come interprete e penso che tu debba seguire questa". Credo che in quel momento fu un buon consiglio. Mi è sempre piaciuto far bene le cose, non potrei portare avanti due carriere per volta e farne una male. La mia carriera va più verso l'interpretazione anche se continuo a comporre o ad arrangiare musica latino americana...
 
Studi più per piacere o per disciplina?
Tutte e due le cose. Non si può studiare solo per piacere perché è come un mestiere, tutti i giorni bisogna lavorare, praticare per non perdere quello che si è acquisito. Ovviamente  la compensazione è il piacere che ti dà il lavorare. È bello e complicato.Molti alunni mi chiedono: "Maestro, come fa ad avere pronti, contemporaneamente, due, tre, quattro programmi diversi?". É mestiere, sono anni di lavoro, tanto studio, tanta lettura a prima vista...  Col tempo ci si riesce più velocemente, è mestiere.
 
Il tuo repertorio preferito?
Classicismo e romanticismo. Giuliani è sempre stato il mio preferito.
 
Hai appena inciso “Cantabile”, un CD che, in effetti, contiene molti brani di sapore “romantico”.  Cosa rappresenta per te?
É il primo CD, anche se non è la mia prima registrazione in assoluto. Suono la Sonatina meridional di Ponce, il Decameron negrodi Brouwer, poi Piazzolla e Mertz, un compositore, quest’ultimo, di cui solitamente si suona solo la Fantasia ungherese.… Cercavo un brano per completare il CD - il cui spirito è romantico anche se gli autori non appartengono al periodo romantico -  e ho trovato questo di Mertz: Flowers of my Homeland, che trovo bellissimo. Il titolo è un po’ descrittivo, evoca molto bene quello che sento e sono stato tentato di intitolare così il disco. Ma avrei dovuto tradurlo in spagnolo e avrebbe perso un po’. Sono soddisfatto di questo lavoro discografico, da quando l’ho terminato l’ascolto, l’ascolto, l’ascolto… Sento che sta “cantando” molto.
 
In effetti, nel tuo modo di suonare c’è la forza espressiva del canto. Fa pensare alla voce di un tenore, soprattutto in termini di chiarezza, di fraseggio…
Penso che la cantabilità sia in qualche modo il livello più difficile da raggiungere per uno strumentista, per chi suona uno strumento che non sia la voce, il canto. Il titolo di questo CD, Cantabile, ha una storia: quando stavo studiando chitarra ad un livello già più avanzato chiesi al mio maestro di composizione, Tulio Peramo, di suonare con lui. Mi disse di no e per me fu un trauma. Gli chiesi: “Perché no, se sto suonando perfettamente?”. Mi rispose: “Perché quello che suoni non canta”. Io non capivo e replicai: “Come non canta?”. Mi rispose ancora: “No, non dici niente, non stai dicendo niente”…Da quel momento cominciarono prima il mio interesse forzato e poi il mio amore per l’opera, in particolare quella italiana di Rossini,Donizetti… Iniziai ad ascoltare la Norma, l’Otello… Li trovavo orribili! Ascoltavo solo le arie più belle. Il maestro insisteva: “No, no, devi ascoltare l’opera per intero”. E io insistevo a mia volta ascoltando solo un’aria... É difficile per un chitarrista o un pianista ascoltare l’opera. Ma poi ho cominciato ad amarla e questo è ciò che cambiò il mio modo di vedere la musica. In questo disco suono come chitarrista ma penso come cantante. Il canto è uno strumento espressivo per imparare a fraseggiare.
 
Cosa pensi dell’uso”compensativo” della tecnologia in sala di registrazione?
Quando si registra bisogna studiare in un modo diverso da quando si suona, diventa più difficile perché registrando si evidenzia tutto: emerge molto ciò che di solito non senti. Quando suoni nella tua camera è tutto perfetto ma quando lo fai davanti a un microfono… Ti chiedi: “Questo è quello che suono io!!!!????”.Sono a favore dell’autenticità e in questo lavoro discografico ho usato pochissima tecnologia, anche perché si tratta della mia prima esperienza e quindi mi sono lasciato un po’guidare dai tecnici.Oggi assistiamo a uno spiacevole fenomeno: si registra a pezzetti e poi si mette insieme il tutto...Però poi non è possibile suonare così dal vivo e il rischio di deludere rispetto a un disco è alto. Riguardo alla tecnologia abbiamo due celebri estremi: Sergiu Celibidache, che non registrò mai niente in studio, e Herbert von Karaian, che era amante della tecnologia. Io sono per il “poco poco”, per il minimo indispensabile.
 
Pensando a un figlio, cosa vorresti che la musica gli insegnasse della vita?
Questa domanda è bella, perché ha molte sfumature. Uno dei grandi problemi dell’uomo di oggi è la tendenza all’aggressività, alla sgradevolezza, alla volgarità… Questo è dovuto in buona misura al fatto che i bambini non ricevono un’educazione artistica. È invece importante che il bambino cresca in un ambiente artistico, che apprenda a osservare e vivere le arti, perché questo può aprire delle porte nel futuro.Purtroppo sono molto pochi i bambini che crescono nell’arte e in particolare ascoltando la musica classica. È una cosa spiacevole perché così apprezzano solo la volgarità della musica e non sono in grado di distinguere quella buona da quella cattiva, quale può dargli apporti e quale non. Penso che la sensibilità sia qualcosa di molto utile durante l’infanzia. Parlo del mio caso personale: nella scuola primaria avevamo dal 1° al 6° anno la materia “apprezzamento musicale”. Non esisteva un programma specifico, non sapevamo cosa avremmo ascoltato, se Mozart, Beethoven, Bach… Non era quello il fine della materia, la finalità era ascoltare musica. Ci facevano disegnare, colorare ascoltando la musica. Bello, no? Era una materia in più, ma certamente ha favorito lo sviluppo della mia sensibilità. In Messico, mia moglie Karla lavora in Accademia con bambini di due, tre anni… Sono bambini speciali, che si manifestano in altro modo. Non sai se saranno mai dei musicisti, questo non importa, ma hanno già un’altra sensibilità. É un lavoro che deve essere finalizzato… Come musicista so sempre perfettamente quale musica è buona e quale è cattiva, quale mi trasmette un messaggio di qualità e quale un messaggio di volgarità, tensione, malessere. In quanto musicista propongo buona musica, ma per strada se ne può ascoltare di cattiva… Perciò i genitori dovrebbero formare i bambini e renderli capaci di distinguere. Non è tanto una questione di imporre la musica classica quanto di abituare ad ascoltare anche quella, affinché il bambino possa crescere con una sensibilità speciale.
 
C’è una cosa che non ti piace della professione di musicista?
Molte, molte… Una di queste, soprattutto nella musica classica, è il “prostituirsi”. Uso questa parola forte ma chiara. Un professionista non deve interpretare musica solo per ricavare, solo per guadagnare bene. Deve interpretare musica ben fatta, con  la quale si identifica.Però oggi si verifica un fenomeno spiacevole: molti interpreti suonano musica intellettualmente facile, “digeribile”, perché questa piace al pubblico; e in più ci sono molti compositori per chitarra che intellettualmente non dicono nulla e non offrono niente di nuovo, se non effetti allo stato puro.In generale, quindi, si cade nella mediocrità intellettuale, si porta avanti un discorso mediocre.Per esempio ci sono molti festival dove si suona per un pubblico “standard”, di non professionisti. In questi contesti non bisogna modificare il proprio programma solo perché il pubblico non è di esperti. Invece bisognerebbe bilanciare il repertorio senza cadere in questo tipo di “prostituzione”.Esiste molta musica ben fatta, buona, che può essere ben portata sia a un pubblico normale che a un pubblico specialista. Per quanto mi riguarda cerco sempre di bilanciare ma senza mai sottrarre la qualità. La mia bandiera è che la gente ami la musica classica e per questo non posso cadere nella volgarità.Un altro aspetto che non mi piace della nostra professione è la discriminazione, universale, che subiamo perché suoniamo musica classica. Questo, però, è un fenomeno di grande portata, sul quale agiscono profondamente la pubblicità che ruota intorno, il commercio, ecc.
 
Ciò non toglie che alcune tue opere abbiano ricevuto importanti premi e riconoscimenti, come è il caso di “Laberintos”, per quartetto di chitarre, pubblicata da EMC e incisa per l’E.G.R.E.M. Come ti poni, invece, rispetto all’insegnamento?
L’insegnamento è una parte importante che non solo mi forma come maestro ma mi aiuta anche nel concertismo, perché è il campo in cui più si apprende. Un buon maestro deve essere costantemente aggiornato, studiare sempre - e non solo la chitarra - perché gli alunni sono i suoi maestri. É un paradosso, ma gli alunni  insegnano costantemente perché costantemente fanno delle domande che spingono a stare pronti, svegli, “vivi”!Questo mi aiuta molto a completare la carriera di interprete. Se un alunno mi chiede qualcosa sul classicismo, sul romanticismo e non so rispondere, allora vado a studiare. Chiaramente lo faccio anche per me stesso. É un gran bene integrare la carriera concertistica con quella di docente.