VICTOR PELLEGRINI

chitarrista tra due culture millenarie

di Adriana Tessier - settembre 2007 Intervista pubblicata sul n.40 di GuitArt (gennaio 2008)


A quanti anni la musica è entrata nella tua vita?
Ho cominciato a studiare la chitarra a 6 anni. Da piccolo (e ancor oggi) mi piaceva molto il folklore argentino, soprattutto la musica dell'Argentina del nord, che ha come protagonista principale la chitarra. Credo che questo sia stato solo l'inizio di una grande passione che si è poi sviluppata nel tempo. Mi piaceva la chitarra e in seguito il mio maestro, Juan Carlos Zemp, mi ha portato pian piano al repertorio classico.
 
Ti ha seguito per molti anni?
Il caro maestro Zemp ha seguito sempre il mio lavoro ma ce ne sono stati altri che mi hanno aiutato, le cui parole sono state importantissime per me, come Joaquín Rodrigo, Andrès Segovia, Antonio Lauro, Leo Brouwer...
 
Immagino tu fossi molto giovane quando sei entrato in contatto con loro. Cosa univa personalità così profondamente diverse?
Erano grandiosi, eccezionali, e io ero un giovane davvero appassionato... Effettivamente la differenza d'età e di personalità era evidente ma veniva annullata dai nostri punti di contatto: la chitarra e la musica, eravamo uniti da questa grande passione. Penso vedessero in me la proiezione della loro lotta a favore della chitarra, la continuazione del loro lavoro di rendere grande questo strumento. A me succede ora con i bambini e i ragazzi che hanno talento. È bello pensare a una proiezione futura della chitarra!!!
 
Poco fa hai citato Leo Brouwer. Hai inciso e suonato in concerto molte delle sue opere dedicate alla chitarra. Vuoi parlarci del tuo incontro con lui? 
Leo è un grande. I secoli XIX e XX hanno prodotto tante opere meravigliose per il nostro strumento e in generale mi dedico a questo tipo di repertorio originale, ma penso che Leo sia stato e sia ancora "il" grande compositore per chitarra dagli anni '60 fino ad oggi.
Quando si suona la sua musica si può vivere in un mondo di fantasia perché è teatrale, cinematografica, ti fa vedere immagini, sentire aromi, sapori... Ci siamo conosciuti nel 1979, a Caracas, e ritrovati all'Avana nel 1982, avviando in seguito una relazione di lavoro e di amicizia che dura ormai da 25 anni.
È sempre una grande felicità suonare la musica di Leo e un grande privilegio essere anche suo amico.
È stato il produttore del mio primo disco a Cuba, nel 1992, e insieme abbiamo suonato (Leo come direttore) concerti per chitarra e orchestra a Cuba, in Spagna e Messico. Nel 1998 abbiamo inciso due dischi a Madrid, con suoi arrangiamenti su poesie di Garcìa Lorca, insieme a Carlos Cano di Spagna, l'Orchestra Filarmonica di Londra e tanti bravissimi musicisti di tutto il mondo... Ho visto Leo lavorare come compositore e come direttore ed è un grandissimo esempio di professionalità. Il suo lavoro è davvero incredibile.
 
Mi risulta che al momneto tu sia stato l'unico ad incidere i suoi "Nuevos Estudios Sencillos" (Leo Brouwer: homo ludens – CD 024, Colibrì 2004 ). Hai qualche curiosità da raccontare su questi studi?
Sì, quando facemmo il disco erano una novità e fu una sorpresa vedere che tutti gli studi erano un omaggio ai compositori per i quali lui stesso provava ammirazione. É stata una festa fare questo lavoro con Leo come produttore, studiare tempi e idee insieme a lui. Nello stesso album abbiamo registrato per la prima volta anche Viaje a la Semilla (il titolo è lo stesso di un'opera dello scrittore cubano Alejo Carpentier), un'altra bellissima opera di Leo. Anch'io sono un "fan" di Carpentier ed è stata un'ulteriore festa per l'anima "avere", metaforicamente parlando, questo grande scrittore fra noi.La tematica di Viaje a la Semilla, ripresa musicalmente da Leo Brouwer, è molto affascinante: un procedere del tempo a ritroso, che conduce il protagonista dalla vecchiaia alla gioventù, all'infanzia, al ritorno nel ventre materno, fino al tornare ad essere solo una cellula e, prima di questo, nulla...
 

Victor Pellegrini
 
Conversando con Víctor Pellegrini è facile lasciarsi trasportare in un mondo amabile, tinto di sereno ottimismo e di passione autentica, salda e tenace  per la chitarra.
 l suo, però, è un approccio alla musica e all'esistenza che non sconfina mai nel banale, essendo il risultato di esperienze artistiche ed umane che si percepiscono profondamente maturate: quelle di un italo-argentino vissuto al crocevia di due culture millenarie, a loro volta frutto di feconde mescolanze, e quelle di un "uomo innamorato della vita", come lui stesso si definisce.
 
Victor Pellegrini
 
La vastità del repertorio di Pellegrini e la molteplicità di contesti ed eventi - concerti, concorsi, masterclass, incisioni discografiche, collaborazioni con orchestre - che hanno finora caratterizzato la sua lunga carriera internazionale, rendono difficile una elencazione esauriente delle sue realizzazioni in ambito chitarristico;
tra le ultime, va comunque segnalata la sua incisiva presenza - con ben tre CD, e un quarto in preparazione - nel progetto di registrazione per l'etichetta italiana Quadroframe dell'integrale per chitarra di Leo Brouwer, contenente anche incisioni dello stesso Brouwer e a tutt'oggi tra i più completi documenti discografici esistenti su questo autore.
Qual è il tuo rapporto con il tempo?
Bellissimo. Il mio passato è stato meraviglioso, il mio presente è bello e immagino il mio futuro "gagliardo". Quando c'è l'amore è così e io sono un uomo innamorato della vita. 
 
Pensi di essere diventato una persona migliore attraverso la musica?
Senza dubbio. Cerco sempre di trovare e di trasmettere la bellezza della musica. La musica ti fa amare la pioggia, la neve e i fiumi, i bambini e i vecchi, le nuvole e le montagne, il mare e le persone, la pace e i poveri; tutto si trasforma in musica, tutto si vede meglio, in fondo, e si diventa migliori.Per me, l'aspetto più difficile di questa professione è sempre stato lasciare qualcuno o qualcosa, gli affetti, la famiglia, gli amici, i paesi, per partire verso qualche altro porto ... non è possibile averli tutti insieme.Ma quando arrivano i concerti cambia tutto e questa sensazione, un po' di solitudine, si trasforma in bellezza grazie alla chitarra, grazie alla musica. Più conosci di questo mondo meraviglioso, più storie hai da raccontare con la tua musica. Perché l'aspetto umano ti porta velocemente alla chitarra, vuoi cominciare a parlare presto con le tue mani, a raccontare le novità della tua vita. 
 
Pensi che al giorno d'oggi esista sufficiente spazio per la musica che sia davvero arte, per la musica non finalizzata al commercio?
Esistono bei teatri e musei, al pubblico piace ciò che facciamo, la gente se ne intende. Il problema è più che altro economico, riguarda le politiche culturali del mondo e comincia con la non cultura dei politici attuali e di quegli pseudo-artisti che li contornano (non so chi siano i più pericolosi). Solitamente i politici cercano consensi e lo fanno anche attraverso televisione e radio, che non sono altro che grandi macchine per fare soldi, aziende commerciali a cui in cambio viene data la libertà di trasmettere ciò che vogliono. Così nasce un tipo di televisione e di radio che abbrutisce e nascono gli artisti di tipo commerciale, di cui però probabilmente nessuno si ricorderà nel giro di pochi anni. Difficilmente questi riescono a suonare con la ciclicità di un'Orchestra Sinfonica e avere successo per molti anni consecutivi.A chiunque è chiaro chi siano stati Beethoven o Mozart ma se chiedessi a qualcuno chi è stato in Italia il cantante più famoso nel 1964, 1973, 1979 o 1988, saprebbe rispondere? Probabilmente no. Si potrebbe non suonare più Beethoven, Mozart, Mahler, Brahms in questo mondo? Mentre ci sono 20.000 persone che assistono a un concerto di musica commerciale, ce ne sono milioni in tutti i teatri del mondo che ascoltano un'Orchestra Sinfonica, anche se è spesso difficile riuscire a suonare opere nuove. 
 
In effetti questo è uno dei problemi e la mancanza di supporto da parte dei mass media rende ancor più difficile il cammino dei musicisti che si occupano di musica contemporanea o di genere non commerciale. Quale potrebbe essere una soluzione possibile?
Credo che il lavoro più importante si possa fai i livelli scolastici per poi permettere a tutti gli studenti di approfondire all'Università. I programmi con i bambini dovrebbero prevedere studi seri relazionati con le culture popolari e universali. Tutti i bambini dovrebbero imparare questo a scuola. Si saprà in seguito se saranno diventati artisti ma nel frattempo avranno acquisito una formazione. 
 
Come andrebbe vissuta la musica in tenera età?
Quello di mettere le mani sullo strumento, di scoprire tutto, è un momento bellissimo, il più importante. Ho avuto molti allievi bambini in Argentina, quando anche io ero ancora un ragazzo, e mi piacciono tantissimo, sono così veloci, afferrano le idee rapidamente, sono pieni di gioia, mi fanno sentire più giovane e con loro imparo sempre. Sono convinto che il musicista debba cominciare a studiare in tenera età. 
 
Eppure la percentuale di ragazzi che portano a compimento gli studi musicali e si dedicano professionalmente alla musica non è altissima. Le nuove generazioni sono estremamente ricettive verso diversi tipi di stimolo ma superata la fase esplorativa, la curiosità iniziale, tendono a perdersi...
Si perdono perché non arrivano a suonare in pubblico. Già a 10, 11 anni noi suonavamo in pubblico piccoli pezzi per arrivare gradatamente, verso i 12 anni, a coprire la metà di un programma da concerto. Adesso le tante ore di studio non sono finalizzate ad un'attività precisa quale potrebbe essere, appunto, un concerto, da fare prima come esperienza e poi dietro piccolo compenso da usare magari per comprare un fiore alla ragazza conosciuta durante la serata (è una reale possibilità!).Adesso i ragazzi studiano per tante ore (anni e anni, diplomi, diplomi e ancora diplomi) delle cose teoriche di dubbio valore reale in scena. Si perdono, non si spiegano il perché dello studio, non vedono l'obiettivo ma solo milioni di scale, esercizi e tonnellate di problemi. E così dormono. 
 
Oggi si compone anche con il computer e si possono realizzare incisioni senza aver bisogno né di strumenti né di musicisti... Secondo te esistono dei reali vantaggi in questo tipo di "applicazioni" della musica?
È pericoloso, ho visto opere scritte al computer ma senza la conoscenza dello strumento e ho visto concerti senza musicisti in scena. Così si scrive contro lo strumento. In generale credo che non avrà futuro, perché l'emozione del concerto dal vivo, il sapere che un'interpretazione è unica e non si ripeterà più uguale, non è comparabile con nulla. Non credo possa esistere musica senza musicisti. O, meglio, in fondo si può, esiste la possibilità tecnologica, ma aspettiamo una macchina con cuore (in senso poetico, chiaro), anima e pensiero, e poi ne riparliamo. 
 
Rispetto al passato, il Sudamerica sente ancora il "peso" della cultura europea?
Attualmente non so se l'Europa stessa senta il peso della propria cultura. Come in Sudamerica, tutto arriva dagli Stati Uniti attraverso la televisione e la radio, vediamo e ascoltiamo le stesse cose in tutto il mondo, le notizie sono le stesse, c'e una sola direzione di pensiero, di analisi ed è un grande pericolo per la cultura dei paesi, delle regioni, dei popoli. Mai si è visto più chiaramente lo sparire delle culture ad opera di questo tipo di volontà "culturale" unificante.Torno a dire che si tratta di macchine commerciali che lavorano per eliminare la cultura popolare e universale e per fare soldi, per costruire una cultura della guerra e creare il caos in tutto il mondo.Oggi si parla di 100, 200 morti al giorno senza nessun problema, comincia a essere pericolosamente normale. Le ricchezze musicali del Sudamerica sono tantissime e molto varie, come quelle dell'Italia o della Spagna ecc. Ma quando puoi ascoltarle in radio o in televisione? Non si può, non si fanno soldi con queste cose. Per loro è meglio che non esistano più e questo, come è chiaro, è l'impegno commerciale di queste macchine che rendono felici i politici: uccidere la cultura popolare e universale. 
 
Hai lavorato molto con le orchestre e sei stato diretto anche da una donna, Helena Herrera. Che tipo di esperienza è stata?
Nelle orchestre con cui ho suonato ho trovato sempre molta amabilità e piacere di lavorare insieme, i direttori si sono rapportati alla chitarra con molta serietà. Helena è una grande musicista. In un programma abbiamo suonato Retratos Catalanes e Concerto Elegìaco nella prima parte e nella seconda il Concerto di Toronto (tutto Leo, quindi). Ha fatto un lavoro meraviglioso. Quando una persona è così grande come Helena non mi domando se è donna o uomo, per me non c'è nessuna differenza. 
 
Quali sono i tuoi prossimi progetti e obiettivi?
Devo finire un disco, che è già registrato, in duo con il chitarrista brasiliano Carlos Barbosa Lima. Sarà bello. E poi sto per trasferirmi a Cuba. Progetto di suonare lì, in Argentina, Ecuador e Messico oltre che di registrare un nuovo disco. Penso a Brouwer. Ho registrato 3 dischi a Firenze con la sua musica e devo registrarne un quarto nel febbraio del 2008, sempre a Firenze, per Quadroframe. 
 
Ottima occasione per tornare nel tuo Paese d'origine... E' molto che manchi dall'Italia?
Si, da due anni. Aspetto sempre con molta gioia di tornare in Italia. A casa dei miei nonni si parlava italiano sempre, ma più che questo, noi bambini della famiglia ritrovavamo nella loro casa una specie di "cultura generale" italiana, con il sapore della pasta della nonna le domeniche, la disciplina nel lavoro di mio nonno (che era toscano e amava cantare le arie famose, cosa che mi piaceva molto), il sapore dell'olio di oliva, il chiocciare delle galline, le canzoni a Natale, il piacere di tutta la famiglia riunita... Questa è la mia origine.Poi si è aggiunta la cultura dell'Argentina, che era più o meno simile per l'influenza degli italiani, ma anche degli spagnoli, dei tedeschi, degli svizzeri e di tanti immigranti europei che giungevano fin lì. Per questo il mio primo arrivo in Europa non è stato strano per me, una cultura di questo tipo ti fa essere felice in tutto il mondo.